Banca di Forlì -
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Fine Ottocento 

Dopo i movimenti risorgimentali, Forlì conobbe una fase di sviluppo, con maggiori attività imprenditoriali legate all'agricoltura, il passaggio della proprietà fondiaria nella mani di borghesi intraprendenti ed una maggiore propensione al rischio da parte del nuovo ceto di notabili "illuminati". Dopo qualche anno divenne però chiaro che il governo centrale pareva non appoggiare il ruolo (amministrativo e politico) della nostra città, drenando grandi risorse finanziarie senza valorizzare la città (come era avvenuto ai tempi della Rivoluzione).

Ciò favorì l'affermazione di tendenze radicali all'interno della nobiltà locale, fortemente influenzata (attraverso Aurelio Saffi) dal mazzinianesimo, e timorosa della marginalizzazione della Romagna. Questo favorì la nascita di un eterogeneo cartello di radicali, repubblicano e uomini di estrema sinistra, che ottenne un grosso bacino di consensi, grazie anche all'assenza dei cattolici (che organizzarono negli anni Ottanta un comitato diocesano affiliato all'Opera dei Congressi).

La crisi di questo modello si ebbe verso la fine del secolo, quando la borghesia ed i possidenti terrieri svilupparono una serie di pratiche speculative che, unite alla crisi del sistema creditizio nazionale, condussero al crack della locale Banca Popolare. Questo aprì spazi anche alle iniziative delle nascenti Casse Rurali.

La nuova stagione politica vide una piena affermazione dei Repubblicani, appoggiata dalla Estrema Sinistra. Ne conseguì un ventennio di municipalismo, che poggiò sul sostegno di negozianti, piccoli commercianti e professionisti di estrazione popolare (che il suffragio universale del 1912 non avrebbe toccato). Si aprì quindi l'esperienza del "Comune Democratico", che accompagnò Forlì fino alla Prima Guerra Mondiale.

 

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